“A Tirana con la bacchetta e il cuore: Beatrice Venezi dirige l’Orchestra della RTSH”

- È la tua prima volta in Albania? Come hai conosciuto questo Paese?
- È la prima volta che vengo in Albania, sono molto contenta, anche entusiasta, devo dire la verità, anche dell’accoglienza dell’orchestra, è la prima volta che lavoro con l’orchestra della televisione e della radio appunto albanese, non vedo l’ora di riuscire ad avere un po’ di tempo libero per andare in giro per Tirana e conoscerla.
- Quali emozioni provi in vista del concerto di questo fine settimana con la nostra orchestra?
- Io penso che sarà veramente un bel concerto, intanto per cominciare il repertorio, è un repertorio che comunica tanto al pubblico, che trascina il pubblico, perché abbiamo una prima parte legata a Tchaikovsky con la suite del Lago dei Cigni, melodie che tutti almeno una volta nella vita abbiamo ascoltato e la seconda parte è veramente anche quella entusiasmante perché si tratta di Sherazad di Rimsky-Korsakov, quindi stiamo parlando del mondo delle mille e una notte, musica russa, musica potente sotto un profilo della scrittura orchestrale e anche molto difficile da eseguire.
- Come stanno andando le prove e che impressione hai avuto del livello artistico dei nostri musicisti?
- Stanno andando molto bene le prove, sono impressionata dalla qualità dell’orchestra, devo dire la verità, e anche la cosa che più mi dà soddisfazione ulteriormente all’aspetto tecnico è che suonano con il cuore e questo non si può dire di tutte le orchestre del mondo.
- Hai detto che suonano con il cuore: pensi che questo dipenda dalla vicinanza culturale tra l’Albania e l’Italia?
- Siamo molto vicini come paesi, lo siamo sempre stati storicamente e siamo tornati anche ad esserlo recentemente in maniera molto forte e questa radice comune comunque si percepisce in tante cose, anche nel modo di far musica e probabilmente anche nel fatto di essere forse un po’ sentimentali, comunque di lasciarsi guidare dalle emozioni. Mi sembra di essere a casa, devo essere sincera.

- Ti senti a casa qui. Come mai ci hai messo così tanto a venire “a casa”?
- Beh sì, vuol dire che devo tornare più spesso, forse è questo allora.
- Ci sarà qualcos’altro di speciale nel concerto oltre ai due brani principali?
- Ci sono questi due brani e c’è una giovanissima spalla, un giovanissimo violino di spalla, bravissima, la sentirete nel concerto perché è una vera virtuosa albanese, per cui vale assolutamente la pena venirlo ad ascoltare questo concerto. E non è soltanto lei, perché in Italia noi abbiamo tante violiniste. Avete tante violiniste, avete voci meravigliose anche che si producono in tutto il mondo, il talento albanese è sparso per il mondo ed è anche riconosciuto come tale.
- Puoi spiegarci meglio in cosa consiste il tuo ruolo di consigliera artistica per il governo italiano?
- Sì, collaboro con il Ministero Italiano della Cultura, il nostro mondo che ha bisogno di una grande riforma, sicuramente, per come sono stati gestiti i teatri fino a questo momento, negli ultimi 20 o anche 30 anni. Quindi c’è una grande necessità di rinnovare questo ambiente dal suo interno, di affrontare determinate difficoltà e tematiche che sono legate al nostro settore in maniera specifica e soprattutto al benessere anche dei lavoratori di questo mondo. In questo senso sono contenta di essere stata scelta per una cosa così tecnica, quindi essere finalmente una persona, come dire, essere scelta da musicista per parlare delle problematiche di questo settore che spesso e volentieri viene sicuramente sottovalutato perché è un mondo molto piccolo, comprende un numero molto esiguo di lavoratori. Quindi è un segnale, io credo, importante.
- Sei stata scelta per le tue competenze, per la volontà del governo o anche per un rapporto personale con la Presidente del Consiglio?
- Tutte e tre le cose, mi viene da dire? No, c’è sicuramente un’amicizia che arriva da prima, che Giorgia Meloni fosse il primo Ministro dell’Italia, è una donna che io ammiro tantissimo e l’ammiro in primis proprio come donna e mi ha fatto molto piacere che mi abbia chiesto di occuparmi di questo aspetto specifico e penso anche che questo denoti comunque una sensibilità finalmente e una novità anche in un certo panorama politico, proprio perché fino a questo momento questo ambito che potrebbe essere tranquillamente un volano molto importante anche per l’economia italiana è sempre stato lasciato un po’ all’autogestione.

- Che ruolo può avere la musica classica nell’educazione delle nuove generazioni?
- È fondamentale. Ci sono gli studi scientifici che ci dicono esattamente quanto sia importante e lo fanno attraverso un esempio semplicissimo. Cioè un bambino quando cresce circondato dalla bellezza, poi quello che ricerca quando è adulto è la bellezza stessa e questo allontana la violenza, allontana i comportamenti negativi della società. In questo senso è fondamentale. Poi da noi come italiani ma anche per estensione a noi come europei, essendo la culla veramente dell’opera lirica, della musica classica in generale, io credo che sia parte del nostro DNA e abbiamo il dovere e il diritto allo stesso tempo di esserne perfettamente consapevoli e poter portare avanti anche per le future generazioni questo aspetto. Dico sempre che suonare in un’orchestra ci insegna molto più che la musica, perché è una lezione di educazione civica. Ci insegna ad ascoltare, tanto per cominciare, a rispettare il proprio turno, a rispettare le gerarchie, a modificare il tono della propria voce sulla base della persona che ci sta a fianco e allo stesso tempo ci insegna forse la cosa più importante di tutte, cioè l’importanza dell’apporto del singolo al risultato collettivo.
- In che modo la musica classica può contribuire a costruire ponti tra i popoli e le culture?
- Anche in questo senso, essendo un linguaggio non semantico, in cui quindi la singola nota o la singola frase musicale è plurisignificante, può avere anche più significati e non è incasellata dalle parole, in questo senso è fondamentale. Poi io credo ancora una volta si torna al concetto di bellezza, il fatto di potersi esprimere attraverso un linguaggio che cerca di arrivare all’assoluto, che cerca di arrivare al trascendente, a quello che è superumano, che è oltre l’uomo, in questo senso non può che creare dei ponti.
- Hai parlato di conservatorismo, religione e musica: secondo te, in che modo questi tre elementi si intrecciano nella musica classica?
- Come dicevo prima, sicuramente la musica classica nasce, tanto per cominciare proprio nella sua origine, la musica nasce come forma di preghiera. Sant’Agostino diceva che cantare è pregare due volte. Il canto gregoriano, che inizialmente ha un’unica linea melodica, nasce affinché tutte le persone possano cantare con un’unica linea melodica un unico Dio. Poi si amplia, diventa decisamente qualcosa di molto umano, accoglie al suo interno tutte le passioni umane, però sempre tenta di ascendere a qualcosa di trascendentale, a qualcosa di superiore all’uomo.
- Come vedi il futuro della musica classica nell’era digitale? Pensi che possa convivere con le nuove tecnologie?
- Io credo che possano convivere. Anche nell’epoca del digitale comunque si ha l’esperienza del concerto dal vivo, dell’opera dal vivo, della vibrazione vera di uno strumento fisico, che è una sensazione epidermica, una sensazione che si ha sulla pelle proprio. È qualcosa che non è sostituibile da nient’altro. Il rituale collettivo e condiviso che è andare a teatro, vedere uno spettacolo, assistere ad un concerto assieme, è l’esperienza che ne deriva, anche di trascendenza se vogliamo che ne deriva, perché è un momento mai uguale a se stesso e tutte le sere possono essere assolutamente diverse. E questo è qualcosa che il digitale non potrà mai sostituire, io di questo ne sono convinta.

- È per questo che ritieni che la musica classica debba continuare a occupare un ruolo importante nella società contemporanea?
- Io penso che debba tornare ad avere un ruolo centrale. Come dicevo prima, in parte per una questione di DNA, di radici che noi abbiamo, e mi viene da dire noi come europei, perché veniamo tutti dalla culla europea in definitiva, e quindi è un qualcosa che ci riconnette alle nostre origini più profonde da una parte, e dall’altra ha un valore ulteriore, secondo me, al di là dell’esperienza estetica se vogliamo, e che è l’esperienza, come posso dire, l’educazione alla complessità. Perché noi oggi siamo abituati, siamo in una società che ci porta a semplificare tutto, a ridurre tutto in minimi termini, alle volte anche a mangiare cibo preconfezionato da una parte, ma anche inalare, diciamo, assumere idee preconfezionate. Allora io penso che invece tornare ad educare ad un linguaggio complesso, come quello che può essere quello sinfonico, con tutti questi input diversi, tutti questi elementi, questi strumenti, o ancora di più l’opera, dove c’è pure il canto, le scenografie, tutto. Insomma, tornare ad un linguaggio complesso significa anche educazione alla complessità ed è un antidoto che ci serve a valorizzare e a far nascere e crescere il nostro pensiero critico.
- Secondo te, in che modo il repertorio classico può essere adatto ad attrarre nuovi pubblici?
- Io sono convinta che chi viene a sentire Sherazade lo apprezzerà moltissimo, ne sono convinta. In realtà a volte ci si fa il ritirare dall’idea che la musica classica sia qualcosa di difficile, di incomprensibile, qualcosa che possono capire solo coloro che hanno gli strumenti per farlo.
Invece se andiamo a sentire il concerto di una pop star non ci mentiamo,
non abbiamo alcun dubbio sul fatto di andare, anche se non conosci nessuna delle sue canzoni, ci vai comunque, perché dici vabbè vado a passare una serata, vado a fare l’esperienza.
E dovremmo approcciarci alla musica classica esattamente nello stesso modo,
quindi prima di tutto andare, lasciarci toccare proprio dalla musica classica
e poi eventualmente appunto approfondire, avere degli elementi ulteriori per comprenderla meglio. - Come si potrebbe riformare l’educazione musicale per renderla più inclusiva?
- In Italia per esempio abbiamo un grande tema su questo aspetto, non so come funzioni qua in Albania, posso dire per quello che riguarda l’Italia che è completamente da riformare l’educazione musicale.
Noi in Italia per esempio utilizziamo tantissimo il flauto dolce che però non è neanche un vero flauto dolce ma un flauto di plastica praticamente, quindi è quasi uno strumento giocattolo che spesso più che fare suoni fischia o fa altri rumori più che altro e io non credo che quello sia lo strumento giusto per educare, io credo che si debba tornare tanto per cominciare al coro, al canto corale, in virtù anche di quello che dicevo prima perché stare in un’orchestra, suonare in un’orchestra o anche cantare in un coro ci insegna tutta quell’educazione civica di cui parlavo prima, ci insegna a utilizzare la nostra voce che è il nostro primo strumento e crea anche il senso di comunità.
E poi bisogna fare educazione all’ascolto, quando io esco dalla scuola dell’obbligo riesco comunque ad avere quelle minime coordinate geografiche per esempio capire se quella è una chiesa gotica o una chiesa romanica o barocca. Con la musica questo non succede, cioè non ci vengono dati gli strumenti di base per poter capire per esempio un brano se si tratta di epoca romantica, classica, barocca per l’appunto o altro. Quindi questi elementi secondo me sono fondamentali per riformare l’educazione musicale. - Come descriveresti il tuo stile di direzione d’orchestra?
- Non lo so, lo lascio descrivere agli altri.
- Quali sono state le influenze musicali più significative per te?
- Come dicevo appunto io sono nata a Lucca quindi sono cresciuta con la musica di Puccini perché era abbastanza normale ascoltarla nella città e devo dire che Puccini mi ha sempre portato grandissima fortuna in tutti i miei debutti internazionali. Madama Butterfly è stata l’opera con cui ho debuttato in Francia, Turandot è l’opera con cui ho debuttato per esempio al Teatro Colón a Buenos Aires, sempre la musica di Puccini quando ho debuttato in Giappone o anche in Corea. Quindi è sempre stato lì presente nei momenti più importanti della mia carriera fino a questo momento.
E poi ho frequentato tanti paesi, per esempio quelli del Caucaso, tutti quei paesi che vengono un po’ dall’ex Unione Sovietica, quindi ho assimilato molto un modo di fare musica russa in un certo modo e quindi direi che questi sono i due capisaldi un po’ del mio repertorio.

- Qual è oggi il ruolo delle donne nel mondo della direzione d’orchestra, e come può essere valorizzato?
- È ancora un tema aperto, è un tema di cui ancora bisogna parlare. Io ho avuto la fortuna di studiare quando ero ragazzina con Piero Bellugi che è stato un grande direttore d’orchestra italiano e lui non ha mai menzionato la differenza tra uomo e donna e questo per me ha significato moltissimo perché sono cresciuta con l’idea che fosse assolutamente normale.
Io in generale mi sentirei di dire questo, e questo vale per la direzione d’orchestra ma anche per tutti quei lavori da cui le donne ancora sono un po’ lontane o poche, bisogna normalizzare l’eccezione, cioè non bisogna più raccontare che quella professionista fa quel lavoro perché è l’unica dell’eccezione alla regola, ma bisogna iniziare a normalizzare tutte queste storie e questo farà sì, secondo me, che le giovani generazioni di ragazze
possano percepire come normale affrontare un certo percorso lavorativo, di formazione e lavorativo. - Quali pensi siano le principali sfide che i giovani artisti devono affrontare oggi?
- Non solo le donne, ma tutti. Sì, ce ne sono diverse. È un mondo che è molto cambiato rispetto a qualche anno fa, rispetto agli anni passati, proprio come mercato. Purtroppo si tende al consumismo anche nel nostro settore, quindi si prende un artista, lo si utilizza, se vogliamo, passatemi il termine, per pochi anni e poi una volta ben spremuto lo si butta via, tanto ce ne sarà un altro. Questo succede con tantissimi cantanti anche, per esempio. Quindi la difficoltà maggiore, secondo me, è trovare una squadra, dei collaboratori, un agente, delle persone che credono nel valore e che pensano con ampio respiro, che pensano a un percorso di lunga gittata.
- Cosa ti mantiene motivata e ispirata nella tua carriera artistica?
- Devo dire che anche il fatto di viaggiare moltissimo. Io viaggio tanto per lavoro, ma altrettanto per passione, perché mi piace, mi piace proprio tantissimo. Tutte le volte ci sono appunto degli elementi che assorbo dalle varie culture, dai vari paesi che visito,
che sono di grande influenza e anche di grande ispirazione. Poi mi rendo sempre più conto che all’entrare, soprattutto con l’opera, dentro queste partiture, conoscere questi personaggi delle opere, diventa tutte le volte, ti insegna qualcosa anche proprio come persona. Quindi è un alimentarsi continuo. - Come collabori con i musicisti per ottenere una performance di successo?
- Beh, lavorando tanto per cominciare sui dettagli, non tralasciando i dettagli. A me piace molto scavare nell’interpretazione, soprattutto penso che sia anche necessario avere l’idea del contesto generale in cui un brano è stato pensato, concepito, scritto, eseguito per la prima volta, capire la vita del compositore in quel momento. Sono tutti degli elementi che poi confluiscono nell’interpretazione. E l’interpretazione è fatta dai dettagli, i dettagli sono importanti.
- In che modo le tue esperienze personali influenzano l’interpretazione di un’opera musicale?
- Sono fondamentali. Penso sempre che la musica classica viene vista come un oggetto da museo, spesso e volentieri, cioè un oggetto messo sotto una teca, esattamente come un museo di archeologia. In realtà è una creatura viva, perché tutte le volte si trae nuova linfa dagli esecutori contemporanei, dalla loro vita e dalla loro esperienza. E quindi anche la stessa partitura, magari tornandoci sopra dopo un po’ di anni, è completamente diversa ai miei occhi. E questo sempre mi fa molto riflettere.
- “Oggi si parla spesso della musica classica come di un’opera d’archivio. Secondo lei, perché sembra che non vengano più composte opere con la stessa rilevanza e diffusione di quelle di Verdi, Puccini e altri grandi del Novecento?”
- Era tantissimo e tra l’altro si aspettava la prima di Donizetti, come oggi si aspetta il nuovo disco di una pop star. Era questo il tipo di rapporto. Purtroppo con le avanguardie nel Novecento è cambiato veramente tutto, sia da un punto di vista della produzione della musica, ma anche della fruizione della musica, perché purtroppo la musica classica si è chiusa su se stessa, spesso e volentieri, cercando di essere sempre più elitaria, non inclusiva.
E questo ha tenuto sempre più fuori, ha allargato sempre di più la distanza tra la musica e il pubblico. Ma io credo che oggi ci sia spazio per recuperare.

- In che modo la musica classica può contribuire allo sviluppo personale e professionale di un individuo?
- Io penso che lo aiuti, in realtà non lo dico solo io, lo dicono studi scientifici. Penso che anche l’educazione e la complessità di cui parlavamo, anche sviluppare una certa sensibilità, un certo orecchio, sono tutti elementi che poi formano un bagaglio personale importantissimo.
E anche il fatto di poter collegare magari determinati compositori o determinate opere alla filosofia, alla storia, alla storia dell’arte. Ci sono tantissimi momenti di intersezione tra questi mondi, per cui riuscire a fare, a creare nella propria mente questa rete significa poi avere una visione molto più chiara e a 360 gradi appunto di qualsiasi elemento, di qualsiasi evento. - Quale consiglio daresti ai giovani direttori d’orchestra?
- Di trovarsi un buon maestro prima di tutto. Un buon maestro è la cosa fondamentale, e un buon maestro non è chi ti vuole imporre la sua visione, ma è chi sa educare, quindi tirare fuori il meglio dall’allievo. Questa non è una cosa che tutti gli insegnanti fanno, ma sono buoni maestri.
- Puoi raccontarci qualcosa sui tuoi prossimi progetti artistici?
- Sì, dunque io ora torno in Italia, dopo questo concerto dirigerò a Trieste Carmina Burana, al Teatro di Trieste, poi sarò di nuovo a Buenos Aires al Teatro Colón, quest’anno sono i cento anni di tutti i corpi stabili, dell’orchestra, del coro, del balletto,
quindi abbiamo adesso un galà, poi di nuovo Traviata, poi ancora a conclusione dell’anno la Seconda di Mahler, poi sarò a Bangkok con Plácido Domingo, e anche a Santo Domingo con Plácido Domingo, e poi tornerò ancora in Italia per altri concerti e opere,
soprattutto opera quest’anno. - Hai un messaggio o un consiglio per i vecchi e nuovi amici dell’Orchestra della Radio e Televisione Albanese?
- Di seguire intanto per cominciare quest’orchestra, che è un’ottima orchestra, di venire al nostro concerto questo fine settimana, e di lasciarsi appunto toccare dalla musica,
lasciarsi emozionare dalla musica classica, perché se non avete mai fatto questo tipo di esperienza, sarà qualcosa che vi rimarrà per tutta la vita. - Grazie per l’intervista
- Grazie a voi!




