Ricciotti Garibaldi e l’Albania: il garibaldino che volle combattere per l’indipendenza albanese

Il figlio di Giuseppe Garibaldi guardò oltre l’Adriatico: sostenne i patrioti albanesi, collaborò con Terenzio Toçi e progettò una spedizione di volontari per aiutare la rivolta contro l’Impero ottomano
Nel 1911, mentre sulle montagne dell’Albania settentrionale cresceva la rivolta contro l’Impero ottomano, in Italia si preparava un’impresa che sembrava uscita direttamente dalle pagine del Risorgimento.
Dall’altra parte dell’Adriatico avrebbe dovuto arrivare una nuova spedizione di volontari. Non per conquistare un territorio italiano, ma per sostenere un popolo che chiedeva libertà e autonomia.
A immaginare e sostenere quell’impresa era Ricciotti Garibaldi, figlio di Giuseppe Garibaldi e di Anita. Il suo nome era già una leggenda. Le camicie rosse appartenevano alla memoria del Risorgimento, ma Ricciotti era convinto che quella tradizione potesse avere una nuova missione: aiutare i popoli ancora sottoposti al dominio straniero.
Tra questi, l’Albania occupava un posto particolare.
Un Garibaldi dall’altra parte dell’Adriatico
Ricciotti era nato a Montevideo nel 1847, quando il padre era ancora impegnato nelle sue battaglie in Sud America. Cresciuto a contatto con il mito garibaldino, partecipò giovanissimo alle vicende militari del Risorgimento italiano.
Nel 1866 combatté nella Terza guerra d’indipendenza e l’anno successivo seguì nuovamente il padre nella campagna per Roma.
Ma, terminata la stagione dell’unificazione italiana, Ricciotti non abbandonò l’idea che i volontari potessero ancora intervenire nelle lotte per la libertà.
Il suo sguardo si spostò progressivamente verso il Mediterraneo orientale e i Balcani. Nel 1897 partecipò alla guerra greco-turca, combattendo contro l’Impero ottomano. Quell’esperienza contribuì a rafforzare il suo interesse per le nazionalità sottoposte al dominio di Istanbul.
E tra queste c’erano gli albanesi.
L’Albania degli arbëreshë
La vicenda di Ricciotti e quella del movimento nazionale albanese si incontrarono anche grazie a una presenza molto particolare: quella degli arbëreshë, gli albanesi stabilitisi in Italia a partire dal Medioevo e presenti soprattutto in Calabria e Sicilia.
Per gli arbëreshë, la questione nazionale albanese non era una questione lontana. La lingua, la memoria storica e i legami familiari mantenevano vivo il rapporto con l’altra sponda dell’Adriatico. E tra gli intellettuali arbëreshë si sviluppò, nell’Ottocento, un intenso interesse per la rinascita culturale e politica dell’Albania.
È proprio in questo ambiente che Ricciotti trovò alcuni dei suoi interlocutori più importanti. Tra questi vi fu Terenzio Toçi, avvocato e attivista arbëresh, destinato a diventare una delle figure centrali della collaborazione tra gli ambienti garibaldini italiani e il movimento nazionale albanese.
«L’Albania agli Albanesi»
Nel 1902 Ricciotti Garibaldi assunse la presidenza del cosiddetto Consiglio Albanese d’Italia. L’obiettivo era portare la questione albanese all’attenzione dell’opinione pubblica italiana e sostenere le aspirazioni nazionali degli albanesi.
Il motto attribuito a quell’ambiente era semplice e inequivocabile:
«L’Albania agli Albanesi».
Dietro quelle parole c’era un principio che Ricciotti conosceva bene: quello dell’autodeterminazione nazionale. La stessa esperienza risorgimentale italiana poteva, nella sua visione, diventare un modello per altri popoli europei ancora privi di uno Stato nazionale.
L’Albania era però un caso particolarmente delicato. Il paese era ancora parte dell’Impero ottomano e, contemporaneamente, era diventato uno dei territori sui quali le grandi potenze europee cercavano di accrescere la propria influenza. L’Italia guardava all’altra sponda dell’Adriatico con crescente interesse. Anche per questo l’attività di Ricciotti si muoveva su un terreno politico estremamente sensibile.
Ricciotti Garibaldi e Terenzio Toçi
Il rapporto con Terenzio Toçi fu decisivo. Toçi apparteneva a quella generazione di arbëreshë che aveva trasformato l’interesse culturale per l’Albania in impegno politico. Per lui, la rinascita nazionale albanese poteva essere sostenuta anche attraverso i legami con l’Italia e con la tradizione garibaldina.
Ricciotti rappresentava, dall’altra parte, qualcosa di altrettanto importante: il prestigio di un cognome capace di evocare immediatamente le camicie rosse e il Risorgimento. L’alleanza fra i due contribuì a costruire una rete di sostegno alla causa albanese.
Nel 1908 Ricciotti appoggiò le iniziative di Toçi per raccogliere fondi destinati alla propaganda nazionale e alla stampa albanese, compresa «Shpresa e Shqypnis».
Non era un dettaglio secondario. In quegli anni il giornale e la stampa in lingua albanese erano strumenti fondamentali della Rilindja, la rinascita nazionale. La battaglia per l’indipendenza passava anche dalla possibilità di costruire una coscienza nazionale condivisa.
«Quattromila italiani pronti a combattere»
Nel 1908 Ricciotti fece anche dichiarazioni particolarmente clamorose alla stampa. Parlò della disponibilità di migliaia di italiani a combattere per l’indipendenza dell’Albania e sostenne che armi italiane fossero già state inviate ai nazionalisti albanesi.
Le cifre da lui indicate – circa 4.000 volontari e 2.000 fucili – devono essere considerate con prudenza: si tratta innanzitutto di dichiarazioni pubbliche attribuite a Ricciotti e non di numeri che possano essere automaticamente assunti come dati militari verificati.
Ma al di là della loro esattezza, quelle dichiarazioni rivelano qualcosa di importante. Ricciotti voleva far sapere che il movimento nazionale albanese non era solo. Voleva presentare l’Italia garibaldina come pronta ad attraversare l’Adriatico e a sostenere la lotta degli albanesi.
Il 1911: la rivolta e il progetto delle camicie rosse
Il momento decisivo arrivò nel 1911. Nell’Albania settentrionale esplose una nuova grande rivolta contro il dominio ottomano. La sollevazione coinvolse soprattutto le regioni del nord e trovò un importante centro nella Mirdita.
In Italia, negli ambienti democratici, repubblicani e arbëreshë, si cominciò a parlare concretamente di una spedizione. Il progetto aveva un sapore inequivocabilmente garibaldino: raccogliere volontari, procurare armi e raggiungere l’Albania per combattere al fianco degli insorti.
Alla guida avrebbe dovuto esserci Ricciotti. Per gli albanesi, l’arrivo di una spedizione di camicie rosse avrebbe avuto anche un enorme valore simbolico. Il figlio di Garibaldi, con volontari provenienti dall’Italia, avrebbe combattuto per la libertà di un altro popolo. Ma dietro il romanticismo dell’impresa c’era una realtà internazionale molto più complicata.
Il problema dell’Italia
L’Italia ufficiale non poteva permettersi di apparire come promotrice di una guerra contro l’Impero ottomano. Il governo italiano seguiva infatti con grande attenzione ciò che accadeva nei Balcani e nell’Adriatico, dove gli interessi italiani si intrecciavano con quelli dell’Austria-Ungheria e delle altre potenze europee.
Una spedizione garibaldina ufficialmente sostenuta dallo Stato avrebbe potuto trasformarsi in una crisi diplomatica. Per questo il progetto doveva mantenere il carattere di un’iniziativa volontaria e privata.
Ed è qui che la figura di Ricciotti diventa particolarmente interessante: egli cercava di muoversi tra il volontariato garibaldino, la solidarietà verso gli albanesi e gli interessi strategici dell’Italia.
Terenzio Toçi scende in campo
Mentre in Italia si discuteva della spedizione, Terenzio Toçi decise di passare all’azione. Nel 1911 raggiunse l’Albania e cercò di organizzare la rivolta nella regione della Mirdita. Arrivò persino a proclamare un governo provvisorio, nel tentativo di dare alla ribellione una struttura politica.
Il progetto però non riuscì a trasformarsi nella grande insurrezione nazionale sperata dai suoi promotori. E anche la spedizione garibaldina non si realizzò nella forma immaginata.
Le autorità ottomane erano consapevoli del pericolo rappresentato dall’intervento dei volontari italiani e Ricciotti fu seguito con attenzione proprio per impedire che potesse trasferire uomini e armi attraverso l’Adriatico. La grande marcia delle camicie rosse verso l’Albania rimase così, in larga misura, un progetto.
Non solo soldati: l’ambulanza garibaldina
La mobilitazione italiana ebbe però anche un volto diverso da quello militare. Accanto ai progetti per l’invio di volontari comparvero iniziative umanitarie. Un’ambulanza garibaldina raggiunse infatti l’area albanese-montenegrina per assistere i feriti e la popolazione civile.
È un episodio che racconta un altro aspetto di quella vicenda. La solidarietà verso gli insorti non significava necessariamente soltanto fucili e combattimenti. Medici e volontari cercarono di portare assistenza in una regione segnata dalla guerra, dalla povertà e da condizioni sanitarie difficili.
Un’amicizia, ma non senza ambiguità
Raccontare Ricciotti Garibaldi come un semplice «liberatore dell’Albania» sarebbe però riduttivo. Il suo rapporto con la causa albanese fu sincero e importante, ma si inseriva in un quadro politico molto più complesso.
Da una parte c’era la tradizione garibaldina del sostegno ai popoli oppressi. Dall’altra c’era l’interesse crescente dell’Italia verso l’Adriatico e i Balcani.
Ricciotti stesso, nel corso degli anni, si avvicinò a posizioni nelle quali l’internazionalismo garibaldino conviveva con una crescente attenzione agli interessi nazionali italiani. Anche per questo alcuni patrioti albanesi guardavano con cautela alle iniziative dei volontari stranieri. L’indipendenza dell’Albania doveva essere, prima di tutto, opera degli albanesi.
Il filo rosso tra Risorgimento e Rilindja
Ed è forse proprio qui che si trova il significato più interessante della vicenda. Ricciotti Garibaldi cercò di trasferire sull’altra sponda dell’Adriatico la memoria e l’esperienza del Risorgimento.
Gli albanesi stavano vivendo la propria Rilindja kombëtare, la rinascita nazionale. Gli italiani avevano attraversato pochi decenni prima una esperienza simile, anche se naturalmente in condizioni storiche differenti.
Tra le due vicende nacque così un filo politico e ideale. Gli arbëreshë fecero da ponte. Terenzio Toçi ne fu uno degli uomini più attivi. Ricciotti Garibaldi mise a disposizione il proprio nome, i propri contatti e l’esperienza maturata nel mondo del volontariato internazionale.
E l’Albania divenne uno dei luoghi nei quali la vecchia leggenda delle camicie rosse cercò una nuova battaglia.
Da Valona all’indipendenza
Quando il 28 novembre 1912 Ismail Qemali proclamò a Valona l’indipendenza dell’Albania, la spedizione immaginata da Ricciotti Garibaldi non aveva prodotto il risultato militare sperato.
Ma il movimento nazionale albanese era ormai entrato nella sua fase decisiva. Ricciotti non fu tra i protagonisti della proclamazione di Valona e sarebbe quindi sbagliato attribuirgli un ruolo diretto nella nascita dello Stato albanese.
Il suo ruolo fu un altro. Fu quello di un sostenitore italiano che cercò di trasformare la simpatia per la causa albanese in una concreta mobilitazione politica, finanziaria e, almeno nelle intenzioni, militare.
Un Garibaldi dimenticato dall’altra parte dell’Adriatico
La storia di Ricciotti Garibaldi in Albania è rimasta molto meno conosciuta di quella del padre Giuseppe. Eppure racconta un capitolo affascinante dei rapporti tra Italia e Albania all’inizio del Novecento.
Racconta di un’epoca nella quale le frontiere non erano ancora completamente impermeabili alle idee e nella quale un gruppo di volontari poteva immaginare di attraversare un mare per combattere in nome della libertà di un altro popolo.
Racconta degli arbëreshë che guardavano verso la patria d’origine. Racconta di Terenzio Toçi e del suo progetto politico. E racconta di Ricciotti Garibaldi, l’uomo che aveva ereditato dal padre il mito delle camicie rosse e che cercò di portarlo, ancora una volta, là dove una nazione stava combattendo per diventare libera.
L’Albania non ebbe le sue camicie rosse come aveva immaginato Ricciotti. Ma, per alcuni anni, il figlio di Garibaldi contribuì a far sì che la questione albanese diventasse anche una questione italiana.
E il filo che univa Caprera a Valona passava proprio attraverso l’Adriatico.




