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“Finestre sull arte”: L’antica città di Butrinto riserva ancora sorprese agli archeologi

Cento anni dopo la sua riscoperta da parte del ricercatore italiano Luigi Ugolini, nuove indagini hanno portato alla luce numerose strutture precedentemente sconosciute, sia all’interno del Parco Archeologico che nell’area circostante, scrive “Finestre sull arte”, il rinomato sito web italiano dedicato ad arte, storia dell’arte, archeologia e beni culturali, che pubblica articoli su scoperte archeologiche, monumenti storici, mostre e ricerche scientifiche.

Le scoperte sono il risultato di una campagna di rilievi topografici ed esplorazioni, che hanno identificato edifici, sistemi di approvvigionamento idrico, fortificazioni e antiche sepolture, ampliando la nostra comprensione di un paesaggio storico plasmato da diversi strati nel corso dei secoli.

Enrico Giorgi, professore presso il Dipartimento di Storia, Cultura e Civiltà dell’Università di Bologna, coordina la missione archeologica insieme a Belisa Muka, del Dipartimento di Antichità dell’Istituto Archeologico di Tirana.

Inoltre, per rendere possibile questa nuova fase di ricerca, è stata instaurata una collaborazione con il Laboratorio di Archeologia del Paesaggio e Telerilevamento dell’Università di Siena, diretto dal professor Stefano Campana.

Il progetto prevede la realizzazione del primo studio topografico completo del Parco Archeologico di Butrinto e della penisola di Ksamil, nelle sue vicinanze, utilizzando la tecnologia LiDAR, uno strumento che permette di studiare il terreno anche in luoghi dove la vegetazione rende difficile l’esplorazione diretta.

Il LiDAR, acronimo di Light Detection and Ranging, è un sistema di osservazione laser che, montato su un drone, consente misurazioni molto precise della superficie terrestre, distinguendo le caratteristiche del terreno dalla copertura vegetale.

I dati raccolti vengono utilizzati per creare un modello digitale ad altissima risoluzione, che rappresenta il paesaggio come se alberi e arbusti non esistessero.

“Butrinto è un luogo straordinario: un promontorio a picco su una laguna, abitato quasi ininterrottamente da millenni”, spiega Enrico Giorgi.

“Tuttavia, è anche un luogo difficile da studiare, perché ampie zone del parco e delle colline circostanti sono ricoperte da una fitta vegetazione naturale, che nasconde il terreno e tutto ciò che si trova al di sotto”.

In questo modo, anche le più piccole variazioni del terreno diventano visibili. Depressioni, linee e forme geometriche insolite vengono identificate come possibili anomalie, ovvero come segni di strutture che potrebbero essere state costruite dall’uomo e poi ricoperte da vegetazione o terreno.

Tuttavia, la tecnologia è solo il primo passo.

Qualsiasi anomalia deve essere verificata direttamente dagli archeologi, che attraversano la vegetazione, spesso fitta e difficile da superare, per raggiungere i siti segnalati, utilizzando GPS e strumenti topografici.

È proprio dalla combinazione di osservazioni tecnologiche e rilevamenti sul campo che emergono nuove scoperte a Butrinto.

“Avanziamo con difficoltà, un metro alla volta, con lo sguardo che si sposta dallo schermo del GPS all’intricato groviglio di vegetazione che ci blocca il cammino, mentre la distanza dall’obiettivo diminuisce e le aspettative aumentano”, afferma Giorgi.

“L’indizio non sempre porta a una scoperta: in alcuni casi, una forma regolare si rivela essere un tronco d’albero caduto o un affioramento roccioso naturale, ma in molti casi, dopo esserci fatti strada tra un altro groviglio di cespugli e esserci liberati dalle spine impigliate nei vestiti, ci ritroviamo improvvisamente di fronte ad antiche strutture, spesso precedentemente sconosciute”.

All’interno del Parco Archeologico, gli scavi hanno portato alla luce diversi reperti di particolare interesse.

Tra questi, un edificio con due absidi, di cui si conservano ancora alcune parti a un’altezza di quasi due metri. La tecnica costruttiva presenta notevoli analogie con quella della Grande Basilica, uno dei monumenti più rappresentativi di Butrinto, suggerendo una possibile connessione con la fase tardoantica della città.

Questa ipotesi dovrà essere verificata da ulteriori studi.

Le osservazioni hanno inoltre portato all’identificazione di un pozzo con un orlo costruito con blocchi di calcare e, sui pendii nord-occidentali del parco, di un’ampia depressione che si è rivelata essere una cisterna circolare, rivestita di malta idraulica, una tecnica utilizzata per rendere la struttura impermeabile e trattenere l’acqua al suo interno.

Un’altra importante scoperta è stata fatta durante la salita all’acropoli, dove la Missione Italo-Albanese ha condotto scavi dal 2019 al 2024.

In quest’area è stato individuato quello che sembra essere un nuovo tratto delle mura di fortificazione di epoca ellenistica, costruite con grandi blocchi di pietra lavorati in forma regolare.

Di particolare interesse è la scoperta immediatamente a est del Foro Romano, dove una depressione rettangolare ha rivelato un grande edificio diviso in due stanze, probabilmente costruito durante la stessa fase del vicino complesso monumentale.

All’interno sono ancora visibili tracce di intonaco, un pavimento in cotto e una soglia in pietra con scalini che conducono a uno spazio esterno attrezzato con panchine.

La presenza di questi elementi sembra suggerire che l’edificio avesse una funzione pubblica, sebbene la sua esatta destinazione d’uso richieda ulteriori indagini.

Le indagini non si sono limitate al territorio del Parco Archeologico, ma si sono estese anche alle colline e alle aree circostanti, finora meno esplorate.

Lì la vegetazione cresce indisturbata e il rilevamento LiDAR ha rivelato un numero particolarmente elevato di anomalie, offrendo ai ricercatori nuovi obiettivi da verificare sul campo.

Le indagini hanno portato all’identificazione di altri edifici antichi e di numerose sepolture, alcune delle quali scavate direttamente nella roccia.

Accanto a queste tracce di antichità, sono state scoperte anche testimonianze di epoche successive della storia albanese, tra cui bunker e lunghe trincee, che documentano le trasformazioni del territorio nel corso del XX secolo.

Tra le strutture antiche, particolare attenzione è stata dedicata a una chiesa con tre absidi, le cui mura raggiungono in alcuni punti un’altezza di oltre due metri, e a un edificio adiacente, che potrebbe risalire al periodo romano.

Le nuove scoperte confermano il potenziale di Butrinto, luogo di eccezionale importanza per la comprensione della storia e delle trasformazioni del territorio albanese.

La possibilità di identificare strutture nascoste dalla vegetazione grazie al LiDAR consente di ampliare gradualmente le conoscenze sull’area, collegando monumenti già noti, edifici precedentemente sconosciuti e tracce di diverse epoche storiche.

“Butrinto è uno dei siti archeologici più studiati del Mediterraneo e da tempo non portava alla luce monumenti di questa portata. La campagna di quest’anno dimostra che l’antica città non è ancora stata completamente scoperta: la combinazione del telerilevamento con la verifica sul campo ci permette di identificare rapidamente e in modo non invasivo ciò che la vegetazione ha nascosto per secoli”, conclude Giorgi.

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