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Demetrio Camarda, il linguista che diede una lingua scientifica alla cultura arbëreshe

Demetrio Camarda, in albanese Dhimitër Kamarda, fu sacerdote, filologo, linguista e studioso della cultura arbëreshe. La sua figura occupa un posto centrale nella storia degli studi sull’albanese dell’Ottocento: con il Saggio di grammatologia comparata sulla lingua albanese, pubblicato a Livorno nel 1864, Camarda portò lo studio dell’albanese nel campo della linguistica storico-comparativa europea.

Ma ridurre Camarda al solo ruolo di linguista sarebbe limitativo. La sua vicenda personale attraversa alcune delle grandi trasformazioni dell’Ottocento: la fine del mondo borbonico, il Risorgimento italiano, la nascita di una moderna coscienza nazionale albanese e il tentativo degli arbëreshë d’Italia di trasformare la propria lingua e la propria tradizione da patrimonio delle comunità locali in oggetto di studio, tutela e valorizzazione internazionale.

Camarda fu, in questo senso, una figura di confine: italiano e arbëresh, sacerdote di rito bizantino e intellettuale moderno, studioso della lingua e uomo coinvolto nelle aspirazioni nazionali albanesi.

Le origini a Piana degli Albanesi

Demetrio Camarda nacque il 23 ottobre 1821 a Piana degli Albanesi, allora uno dei principali centri della presenza albanese in Sicilia. La comunità, nata dalle migrazioni albanesi verso l’Italia meridionale tra Quattrocento e Settecento, aveva conservato nel corso dei secoli lingua, tradizioni e rito bizantino.

È in questo ambiente che Camarda maturò il primo rapporto con la lingua albanese.

La sua formazione avvenne presso il Seminario Italo-Albanese di Palermo, importante centro religioso e culturale per gli arbëreshë di Sicilia. Qui non ricevette soltanto una formazione ecclesiastica: entrò in contatto con la tradizione filologica e con gli strumenti linguistici del suo tempo, sviluppando quell’interesse per il greco, l’albanese e le lingue antiche che avrebbe caratterizzato tutta la sua attività successiva. Dopo gli studi, insegnò per alcuni anni nello stesso ambiente.

Il giovane Camarda visse dunque in un contesto nel quale la questione linguistica non era separata da quella identitaria. Per le comunità arbëreshe, conservare la lingua significava anche conservare la memoria delle proprie origini.

Dalla Sicilia a Livorno: l’esilio e una nuova stagione intellettuale

La sua vita cambiò radicalmente nel clima politico degli ultimi anni del Regno delle Due Sicilie.

Le sue simpatie patriottiche e i suoi rapporti con gli ambienti favorevoli al movimento nazionale suscitarono i sospetti della polizia borbonica. Camarda fu costretto a lasciare la Sicilia e si trasferì a Livorno, dove assunse incarichi legati alla chiesa greco-bizantina della Santissima Annunziata.

Il trasferimento in Toscana si rivelò decisivo.

Livorno era allora un importante centro commerciale e culturale, aperto ai contatti internazionali e attraversato da correnti politiche e intellettuali molto vivaci. Per Camarda l’allontanamento dalla Sicilia significò quindi anche l’ingresso in una rete culturale molto più ampia.

Fu proprio a Livorno che prese forma il suo progetto più ambizioso: dimostrare che la lingua albanese poteva essere studiata con gli stessi strumenti scientifici applicati alle altre grandi lingue indoeuropee.

Il Saggio di grammatologia comparata: una svolta negli studi albanesi

Nel 1864 Camarda pubblicò a Livorno il suo capolavoro, il Saggio di grammatologia comparata sulla lingua albanese. L’opera conta 350 pagine ed è strutturata come un vero studio linguistico sistematico.
Il titolo stesso rivela l’ambizione dell’autore. Camarda non voleva limitarsi a raccogliere parole o descrivere un dialetto: intendeva affrontare l’albanese attraverso il metodo comparativo, uno dei principali strumenti della linguistica europea dell’Ottocento.

Il volume affronta infatti numerosi livelli della struttura linguistica: fonologia, cambiamenti vocalici e consonantici, formazione delle parole, suffissi, numerali, declinazione dei nomi, pronomi, coniugazione dei verbi, parti invariabili del discorso e sintassi.

È significativo che nell’indice compaiano questioni che oggi considereremmo fondamentali per una grammatica storica: la trasformazione dei suoni, la formazione delle parole, le desinenze, le radici, le analogie con altre lingue e i rapporti dell’albanese con il più ampio quadro delle lingue indoeuropee.

Camarda si muoveva all’interno della grande stagione della linguistica comparata europea, confrontandosi con gli studiosi e i metodi del tempo. Nel testo compaiono riferimenti a studiosi come Franz Bopp, Georg Curtius e Johann Georg von Hahn, oltre a confronti con il greco, il latino e altre lingue antiche e moderne.

Perché il Saggio è così importante?

La novità di Camarda non consiste semplicemente nell’aver scritto una grammatica dell’albanese. Il punto fondamentale è che egli cercò di collocare l’albanese nella storia linguistica europea, affrontandone l’evoluzione e le caratteristiche attraverso la comparazione.

In un’epoca in cui l’origine e la posizione dell’albanese all’interno delle lingue indoeuropee erano ancora oggetto di discussione, questo significava attribuire alla lingua un posto autonomo nella ricerca scientifica.

Per questo il Saggio viene generalmente considerato uno dei primi grandi monumenti scientifici della linguistica albanese e la prima importante opera di carattere storico-comparativo dedicata sistematicamente alla lingua.

L’Appendice del 1866: dalla grammatica alla memoria popolare

Due anni dopo il Saggio, Camarda pubblicò l’Appendice al saggio di grammatologia comparata sulla lingua albanese. Il volume, pubblicato nel 1866, conta 268 pagine.
L’Appendice è particolarmente importante perché amplia la prospettiva dell’autore. Accanto agli aspetti strettamente linguistici, Camarda raccoglie infatti un consistente patrimonio di canti popolari, testi e materiali della tradizione albanese.

La ricerca linguistica si intreccia così con il folklore e con la letteratura orale. È una caratteristica fondamentale del suo metodo: per comprendere una lingua non basta analizzarne le regole grammaticali. Bisogna anche ascoltarla nella voce delle comunità che la parlano, nei canti, nei racconti e nella memoria collettiva.

L’Appendice raccoglie materiali provenienti dal mondo albanofono più ampio, comprendendo le comunità albanesi d’Italia e riferimenti all’Albania e all’area balcanica. Treccani la considera particolarmente importante proprio per la raccolta dei canti popolari italo-albanesi e albanesi.

La questione dell’alfabeto

Un altro problema al quale Camarda dedicò particolare attenzione fu quello della scrittura dell’albanese. Nell’Ottocento non esisteva ancora un alfabeto albanese unificato. Le diverse comunità utilizzavano sistemi differenti e, a seconda delle tradizioni locali e degli ambienti culturali, potevano essere impiegati caratteri greci, latini o altri sistemi.

Il problema non era soltanto tecnico. Stabilire come scrivere l’albanese significava anche decidere come rappresentare graficamente una lingua e, più in profondità, contribuire alla costruzione di una cultura nazionale condivisa. Camarda intervenne direttamente nel dibattito con l’Alfabeto generale albano-epirotico, pubblicato a Livorno nel 1869.

La proposta di Camarda ebbe una certa importanza nella successiva storia della scrittura albanese. Studi filologici del Novecento hanno sottolineato la vicinanza tra alcune caratteristiche del suo alfabeto latino e quello che sarebbe stato adottato molti decenni più tardi come alfabeto dell’albanese moderno.

Non si tratta naturalmente di sostenere che l’alfabeto di Camarda fosse già l’alfabeto nazionale definitivo: la questione sarebbe rimasta aperta ancora per decenni, fino al Congresso di Monastir del 1908. Ma il suo intervento rappresenta una delle tappe significative di quel lungo processo.

Camarda e la nascita della coscienza nazionale albanese

La sua attività scientifica si inserisce in un momento storico particolarmente importante: quello che nella storiografia albanese viene generalmente indicato come Rilindja Kombëtare, il Risveglio nazionale albanese.

Nella seconda metà dell’Ottocento, intellettuali albanesi e arbëreshë iniziarono a lavorare alla costruzione di una moderna cultura nazionale attraverso la lingua, la letteratura, la storia e la valorizzazione delle tradizioni popolari.

In questo ambiente Camarda ebbe rapporti con alcune delle figure più significative dell’epoca, tra cui Girolamo De Rada, uno dei maggiori protagonisti della cultura arbëreshe, e Dora d’Istria, pseudonimo della principessa Elena Ghica, intellettuale e scrittrice di origine albanese molto attiva nella promozione della cultura albanese in Europa. I suoi rapporti intellettuali si estesero inoltre a studiosi come Graziadio Isaia Ascoli, Angelo De Gubernatis e Domenico Comparetti.
Questo mondo intellettuale era molto più vasto di una semplice cerchia letteraria. Attraversava l’Italia, i Balcani e le principali capitali culturali europee.

Il rapporto con De Rada e Dora d’Istria

Il rapporto con Girolamo De Rada è particolarmente significativo. De Rada aveva fatto della poesia, della letteratura e della stampa strumenti di valorizzazione della cultura arbëreshe. Camarda si muoveva su un terreno complementare: alla creazione letteraria affiancava lo studio scientifico della lingua, della tradizione orale e della storia linguistica.

Insieme, pur con percorsi differenti, rappresentano due facce della stessa stagione culturale: De Rada contribuì a dare alla cultura arbëreshe una grande voce letteraria; Camarda cercò di darle una solida base filologica e scientifica.

Anche la collaborazione con Dora d’Istria fu importante. Nel 1870 Camarda pubblicò a Livorno A Dora d’Istria – Gli Albanesi. Canti pubblicati per cura di D. C., ulteriore testimonianza del suo interesse per la poesia e la tradizione popolare albanese. La bibliografia di Camarda comprende inoltre una traduzione albanese di un’opera di Dora d’Istria pubblicata nel 1867.
La rete di rapporti di Camarda arrivò anche oltre l’ambiente arbëreshë. Le fonti bibliografiche ricordano i suoi contatti con Luigi Luciano Bonaparte, con Graziadio Isaia Ascoli e con altri importanti studiosi e intellettuali europei.

Una lingua tra Oriente e Occidente

C’è un aspetto particolarmente interessante nella figura di Camarda: la sua identità culturale non può essere racchiusa in una sola definizione. Era un sacerdote cattolico di rito bizantino-greco, apparteneva alla minoranza albanese d’Italia, viveva nella società italiana dell’Ottocento e lavorava con gli strumenti della filologia europea.

La sua cultura era quindi profondamente mediterranea. Il greco aveva per lui un’importanza naturale, sia per la formazione ecclesiastica sia per la tradizione culturale degli arbëreshë. Allo stesso tempo, la linguistica comparata lo portava verso il mondo scientifico europeo e lo studio dell’albanese lo collegava alle comunità balcaniche.

Questa posizione “tra mondi” contribuì probabilmente alla particolarità della sua prospettiva: Camarda studiava l’albanese non come una lingua isolata di una piccola comunità, ma come una componente della storia linguistica e culturale dell’Europa sud-orientale.

Un patrimonio che andava oltre la grammatica

La produzione di Camarda non si esaurì nel Saggio e nell’Appendice. La sua bibliografia comprende, tra gli altri, Fylétia e Arbenoré prèj känekate laóshima del 1867, l’Alfabeto generale albano-epirotico del 1869, A Dora d’Istria, gli Albanesi del 1870 e lavori successivi di carattere storico e filologico.

Questi titoli permettono di comprendere l’ampiezza dei suoi interessi: lingua, alfabeto, poesia popolare, folklore, storia e antichità. È proprio questa pluralità a rendere Camarda una figura importante per la cultura arbëreshe. Non si limitò a studiare una lingua: cercò di costruire una documentazione complessiva di una cultura.

L’importanza dei canti popolari

La raccolta della poesia orale assume, nella sua opera, un significato particolare. Nel XIX secolo il folklore era diventato uno degli strumenti privilegiati con cui gli studiosi cercavano di ricostruire la storia e l’identità dei popoli. Canti, leggende e tradizioni erano considerati testimonianze preziose della memoria collettiva.

Camarda si inserì pienamente in questa corrente, ma con una finalità anche linguistica. I canti gli permettevano di osservare la lingua nella sua forma viva, nelle sue varianti e nelle sue strutture. Allo stesso tempo, la loro pubblicazione contribuiva a far conoscere fuori dalle comunità arbëreshe un patrimonio che rischiava di rimanere confinato alla trasmissione orale.

La sua Appendice, proprio per questo, può essere letta non soltanto come complemento della grammatica, ma come una sorta di archivio ottocentesco della memoria albanese e arbëreshe.

Gli ultimi anni a Livorno

Camarda rimase legato a Livorno per il resto della sua vita. Nel 1875, dopo diciotto anni di economato, prese solennemente possesso della parrocchia dei Greci Uniti di Livorno, a conferma del ruolo che aveva ormai assunto all’interno della comunità di rito bizantino della città. Una testimonianza bibliografica dell’epoca ricorda proprio la cerimonia del dicembre 1875.
Continuò nel frattempo la sua attività di studio e pubblicazione. Morì a Livorno il 13 marzo 1882, all’età di sessant’anni.

La sua vita si era così conclusa lontano da Piana degli Albanesi, ma il lavoro scientifico compiuto durante gli anni dell’esilio aveva finito per riportare quella piccola comunità siciliana al centro di una storia molto più ampia: quella della lingua e della cultura albanese in Europa.

L’eredità di Camarda

L’importanza di Demetrio Camarda non sta soltanto nel fatto che fu uno dei primi grandi linguisti dell’albanese.

Il suo vero merito è forse quello di aver compreso, in un momento cruciale dell’Ottocento, che la sopravvivenza di una cultura passa anche dalla capacità di studiare, descrivere e trasmettere scientificamente la propria lingua.

Prima di Camarda, l’albanese era già una lingua viva, parlata da comunità presenti nei Balcani e in Italia e dotata di una tradizione letteraria che aveva prodotto figure importanti come De Rada. Ma mancava ancora una sistemazione scientifica complessiva paragonabile a quella che altre lingue europee avevano già ricevuto. Il Saggio di grammatologia comparata rappresentò un passo decisivo in quella direzione.

Camarda contribuì inoltre al dibattito sull’alfabeto, raccolse testi della tradizione orale, mantenne rapporti con studiosi italiani ed europei e partecipò, attraverso la cultura, al più vasto processo di costruzione della coscienza nazionale albanese. La sua opera si colloca dunque all’incrocio di scienza, identità e memoria.

Un ponte tra la cultura arbëreshe e l’Europa

A distanza di quasi un secolo e mezzo dalla sua morte, Demetrio Camarda può essere considerato una delle figure che meglio rappresentano la particolare posizione degli arbëreshë nella storia europea.

Nato in Sicilia da una comunità albanese, formato in un ambiente italo-greco, costretto all’esilio politico, stabilitosi a Livorno e inserito nelle reti culturali dell’Italia e dell’Europa dell’Ottocento, Camarda trasformò la propria esperienza in un progetto intellettuale.

La sua scommessa era ambiziosa: dimostrare che una lingua conservata per secoli dalle comunità albanesi d’Italia meritava di essere studiata con gli strumenti della scienza moderna e riconosciuta come parte della storia linguistica europea.

Per questo il suo nome resta legato non soltanto alla storia della linguistica albanese, ma alla più ampia vicenda della cultura arbëreshe.

Il suo Saggio del 1864, l’Appendice del 1866 e il progetto dell’alfabeto del 1869 costituiscono, nel loro insieme, una sorta di trittico: studiare la lingua, conservarne la memoria, darle una forma scritta condivisibile.

È in questa prospettiva che Camarda appare ancora oggi come uno dei grandi protagonisti della stagione ottocentesca che trasformò la cultura albanese da patrimonio delle comunità a progetto culturale e nazionale.

Le principali opere di Demetrio Camarda

  • Saggio di grammatologia comparata sulla lingua albanese, Livorno, 1864, 350 pp.
  • Appendice al saggio di grammatologia comparata sulla lingua albanese, Prato, 1866, 268 pp.
  • Fylétia e Arbenoré prèj känekate laóshima, Livorno, 1867.
  • Alfabeto generale albano-epirotico, Livorno, 1869.
  • A Dora d’Istria, gli Albanesi. Canti pubblicati per cura di D. C., Livorno, 1870.
  • Notizie e osservazioni su d’un’antica epigrafe greca trovata in Selinunte di Sicilia, Livorno, 1872.
  • Tre canzoni popolari albanesi dell’Epiro, Livorno, 1875.
  • Saggio di grammatologia comparata sulla lingua albanese 

Le digitalizzazioni ottocentesche del Saggio di grammatologia comparata e dell’Appendice sono oggi consultabili online, permettendo di tornare direttamente alle fonti primarie. Per una scheda biografica sintetica e autorevole è utile anche la voce dedicata a Camarda dall’Enciclopedia Treccani.

Demetrio Camarda fu molto più di un grammatico. Fu uno dei primi intellettuali a comprendere che la lingua albanese poteva diventare oggetto di una vera scienza linguistica moderna; raccolse e studiò la tradizione popolare, intervenne nella questione dell’alfabeto e partecipò alla grande stagione culturale che avrebbe accompagnato la nascita della moderna identità nazionale albanese.

La sua vicenda personale — da Piana degli Albanesi a Palermo, dall’esilio a Livorno — è inseparabile dalla storia degli arbëreshë e dall’Europa del Risorgimento.

E proprio per questo Camarda merita di essere ricordato non soltanto come uno dei padri della linguistica albanese, ma come uno dei più importanti mediatori tra la cultura arbëreshe, quella italiana e il nascente mondo culturale albanese moderno.

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