Enrico Tellini, il generale italiano diventato simbolo della questione albanese

Dalla Garfagnana ai Balcani, la vita dell’ufficiale italiano ucciso nel 1923 durante una missione internazionale per la delimitazione del confine tra Albania e Grecia
TIRANA – Centotré anni dopo la sua morte, il nome di Enrico Tellini continua a raccontare una pagina complessa della storia dei Balcani. Generale italiano, veterano della guerra di Libia e della Prima guerra mondiale, Tellini arrivò in Albania nel momento in cui la giovane nazione cercava di consolidare i propri confini e la propria posizione nel nuovo ordine europeo uscito dalla Grande guerra.
Il 27 agosto 1923, mentre svolgeva il suo incarico di presidente della commissione internazionale incaricata di delimitare il confine greco-albanese, venne assassinato nei pressi di Giannina, insieme ad altri tre membri italiani della delegazione.
Il suo omicidio provocò una crisi internazionale, portò all’occupazione italiana di Corfù e contribuì a trasformare una controversia di frontiera in uno dei primi grandi confronti diplomatici dell’Europa del dopoguerra.
Ma la storia di Tellini non è soltanto la storia di un assassinio. È anche la storia di un militare che attraversò alcuni degli eventi più drammatici dell’Italia tra Ottocento e Novecento e, soprattutto, di un uomo la cui memoria avrebbe avuto un significato particolare in Albania.
Dalla Garfagnana alla carriera militare
Enrico Tellini nacque a Castelnuovo di Garfagnana il 26 agosto 1871. Figlio di Angelo Tellini, magistrato, ed Egidia Masini, trascorse parte dell’infanzia a Pontremoli. A tredici anni entrò nel Collegio militare di Firenze, iniziando così un percorso che lo avrebbe portato ai vertici del Regio Esercito.
Dopo la formazione militare a Torino, Tellini intraprese la carriera nell’artiglieria e nello Stato Maggiore. Non fu quindi soltanto un ufficiale destinato al combattimento: nel corso degli anni acquisì esperienza nell’organizzazione militare, nella pianificazione e nelle attività politico-militari.
Nel 1911 partecipò alla guerra italo-turca e fu impegnato in Libia, dove prese parte alle operazioni militari intorno a Derna. Per il servizio prestato venne decorato e proseguì la sua carriera all’interno dell’esercito.

Con lo scoppio della Prima guerra mondiale la sua esperienza divenne ancora più significativa. Tellini fu inizialmente addetto militare presso l’ambasciata italiana a Vienna e successivamente entrò nell’apparato del Comando supremo italiano.
Nel 1916 assunse il comando della brigata “Lombardia” e partecipò alle operazioni sul fronte dell’Isonzo. Nel 1917 fu coinvolto nella drammatica fase della ritirata italiana dopo Caporetto: rimase ferito e venne fatto prigioniero dagli austro-ungarici.
La guerra lasciò dunque sul suo corpo e nella sua carriera il segno di uno dei momenti più difficili della storia militare italiana. Dopo il conflitto Tellini continuò a ricoprire incarichi di responsabilità e nel 1923 raggiunse il grado di generale di brigata.
Una frontiera che poteva cambiare il destino dell’Albania
Per comprendere l’ultima missione di Tellini bisogna tornare ai Balcani del primo dopoguerra. L’Albania era diventata indipendente nel 1912, ma la definizione dei suoi confini rimase per anni una questione estremamente delicata. Le guerre balcaniche, la Prima guerra mondiale e le rivalità tra le potenze regionali avevano lasciato numerose questioni territoriali irrisolte.
Nel nuovo sistema internazionale creato dopo la Prima guerra mondiale, la Conferenza degli Ambasciatori delle potenze alleate assunse un ruolo importante nella definizione delle frontiere dell’Albania. La conferenza aveva infatti alle proprie dipendenze diverse commissioni internazionali per la delimitazione dei confini e nel 1921 aveva adottato decisioni relative anche all’Albania.
La frontiera meridionale con la Grecia era particolarmente sensibile.
Da una parte vi erano le rivendicazioni greche legate all’Epiro; dall’altra, il governo e gli ambienti nazionalisti albanesi consideravano fondamentale la conservazione dell’integrità territoriale dello Stato albanese.
Era una situazione nella quale una linea tracciata sulla carta poteva significare molto più di una semplice divisione geografica: poteva decidere a quale Stato appartenessero villaggi, terreni agricoli, strade e comunità. Fu in questo contesto che Tellini venne scelto per guidare la missione internazionale.
Il generale italiano e la commissione internazionale
Tellini arrivò alla guida della commissione con un bagaglio di esperienza particolarmente adatto a un incarico che si trovava a metà strada tra attività militare, diplomazia e amministrazione internazionale.
Il compito della commissione era quello di tradurre sul terreno le decisioni internazionali sulla frontiera greco-albanese. Non si trattava semplicemente di “disegnare un confine”. I componenti della commissione dovevano effettuare ricognizioni, esaminare il territorio, verificare le informazioni locali e affrontare le obiezioni delle parti interessate.
Il lavoro procedeva però in un clima di forte tensione.
La questione della frontiera aveva infatti una dimensione politica che superava di molto il lavoro tecnico della commissione. Per gli albanesi il confine meridionale rappresentava una questione di sovranità nazionale; per la Grecia riguardava invece una regione nella quale esistevano forti interessi territoriali e identitari. Il ruolo di Tellini diventò così sempre più delicato.
Il 27 agosto 1923
La mattina del 27 agosto 1923, Tellini partì da Giannina per una ricognizione verso la zona di Kakavia, in prossimità del confine albanese. Con lui viaggiavano il maggiore medico Luigi Corti, il tenente Mario Bonaccini e il meccanico Remigio Farneti. Il gruppo si trovava in territorio greco, sulla strada tra Giannina e Santi Quaranta, quando l’automobile venne fermata da uomini armati. Quello che accadde nei minuti successivi fu rapido e terribile.
Tellini e gli altri tre italiani vennero uccisi.
I responsabili riuscirono a fuggire e non furono identificati con certezza. L’episodio divenne immediatamente un caso internazionale. La documentazione giuridica internazionale successiva avrebbe definito l’episodio come l’assassinio, da parte di persone rimaste ignote, del presidente della commissione internazionale e dei membri italiani della missione.
Ed è proprio qui che la vicenda diventa particolarmente delicata.
Chi uccise Tellini?
Per decenni l’assassinio è stato raccontato soprattutto attraverso la contrapposizione tra Italia e Grecia.
In Italia si diffuse rapidamente l’idea di un attentato organizzato da elementi greci. La stampa dell’epoca contribuì ad alimentare un’ondata nazionalista e anti-greca. La ricostruzione storica successiva ha però mostrato quanto la propaganda e le notizie non verificate abbiano influenzato l’opinione pubblica italiana.
Le responsabilità degli esecutori non furono infatti mai stabilite definitivamente. La Grecia respinse l’accusa di essere responsabile dell’attentato e sostenne che i responsabili potessero essere membri di bande armate attive nella regione.
Ancora oggi, sulla base della documentazione disponibile, non è possibile affermare con certezza chi abbia organizzato l’assassinio né chi ne siano stati i mandanti.
Questa incertezza, tuttavia, non impedì alla vicenda di produrre conseguenze enormi.
L’ultimatum di Mussolini e l’occupazione di Corfù
La morte di Tellini arrivò in un momento particolare per l’Italia. Benito Mussolini era al governo da meno di un anno e il fascismo stava cercando di consolidare la propria posizione sia sul piano interno sia su quello internazionale.
Il governo italiano presentò alla Grecia una serie di richieste molto dure, tra cui la punizione dei responsabili e il pagamento di un risarcimento. Atene respinse le richieste italiane nella loro totalità. La risposta di Roma fu immediata.
Il 31 agosto 1923, le forze italiane occuparono militarmente Corfù, importante isola greca nel Mar Ionio. La vicenda divenne così la Crisi di Corfù, uno dei primi importanti confronti internazionali dell’epoca fascista. Mussolini sosteneva che l’occupazione fosse una misura temporanea destinata a garantire il pagamento delle riparazioni richieste all’Italia.
Ma l’azione italiana suscitò forti reazioni internazionali. La Società delle Nazioni si trovò coinvolta nella disputa, mentre le grandi potenze europee cercavano di evitare che la crisi degenerasse in un conflitto armato tra Italia e Grecia.
La Conferenza degli Ambasciatori
Alla fine la controversia venne riportata davanti alla Conferenza degli Ambasciatori, proprio l’organismo internazionale sotto la cui autorità aveva lavorato la commissione di Tellini.
La conferenza adottò una soluzione diplomatica che prevedeva una serie di condizioni per la Grecia, compreso il pagamento di un’indennità di 50 milioni di lire e lo svolgimento di un’indagine sui responsabili dell’assassinio.
L’Italia accettò quindi di ritirarsi da Corfù. L’evacuazione dell’isola venne completata il 27 settembre 1923. La vicenda ebbe anche un’importante conseguenza politica. Mussolini poteva presentare la soluzione della crisi come una vittoria diplomatica e militare dell’Italia. La stampa nazionale contribuì fortemente a costruire questa immagine. La morte di Tellini venne così inserita in una narrazione più ampia di prestigio nazionale e di forza italiana.
Tellini e l’Albania
Ma mentre in Italia Tellini diventava un simbolo del sacrificio nazionale, in Albania la sua figura assumeva un significato diverso.
Per una parte della memoria pubblica albanese, Tellini era diventato l’ufficiale straniero che aveva presieduto una commissione incaricata di difendere, attraverso il diritto internazionale, l’integrità territoriale del giovane Stato albanese.
Questa percezione ebbe una manifestazione concreta nel cuore di Tirana. Nel 1933 venne inaugurata una nuova strada intitolata a “Gjeneral Tellini”, la Shëtitorja General Tellini. In seguito, nello stesso luogo, venne collocato anche un busto del generale.
La memoria di Tellini venne ulteriormente celebrata nel 1941, quando fu inaugurata una statua realizzata dallo scultore albanese Odhise Paskali. La statua venne collocata nell’area dove oggi si trova l’Accademia delle Scienze dell’Albania. Era un riconoscimento significativo: un generale italiano assassinato in Grecia veniva celebrato nella capitale albanese come una figura legata alla causa dei confini dell’Albania.
La cancellazione del monumento
La storia del monumento ebbe però vita breve. Nel 1947, dopo l’instaurazione del regime comunista in Albania, la statua di Tellini venne distrutta. Il cambiamento non riguardava soltanto un monumento. Era iniziata una profonda trasformazione della memoria pubblica albanese.
Il nuovo regime comunista tendeva a cancellare o ridimensionare i simboli legati alla precedente monarchia, alla presenza italiana e alla fase politica precedente alla Seconda guerra mondiale.
Così, nel giro di pochi anni, il generale che era stato celebrato nel centro di Tirana scomparve dallo spazio pubblico. La vicenda del monumento è stata ricostruita anche da fonti albanesi, che ricordano la data dell’inaugurazione della statua di Paskali, il 27 agosto 1941, e la sua distruzione nel 1947.
Una memoria che meriterebbe di tornare a Tirana
Oggi la storia di Tellini offre anche l’occasione per riflettere sul rapporto tra memoria, politica e identità nazionale. La sua immagine è stata utilizzata in modi differenti.
In Italia il generale fu trasformato soprattutto in un simbolo patriottico. Il fascismo utilizzò la vicenda per rafforzare la propria immagine di potenza e determinazione internazionale.
In Albania, invece, Tellini venne ricordato come una figura associata alla difesa internazionale dei confini del Paese. Successivamente, il regime comunista cancellò il monumento.
Dopo la caduta della dittatura, la statua non è stata ricollocata nel centro di Tirana, nonostante siano esistite proposte e discussioni in questo senso. È un dettaglio che dice molto sul modo in cui la storia viene ricordata.
Oltre il mito
A distanza di oltre un secolo, Enrico Tellini merita forse di essere sottratto tanto alla propaganda quanto alla leggenda. Non è necessario trasformarlo in un eroe senza ombre, né attribuirgli un ruolo politico che le fonti non consentono di dimostrare. È sufficiente guardare alla sua biografia.
Era un ufficiale di carriera che aveva combattuto in Libia e nella Prima guerra mondiale. Era stato ferito, fatto prigioniero e decorato. Aveva conosciuto la diplomazia militare e gli apparati dello Stato Maggiore.
Quando arrivò nei Balcani, gli fu affidato un incarico che richiedeva non soltanto competenze militari, ma anche capacità diplomatiche e conoscenza delle questioni territoriali. Morì mentre svolgeva quel compito. Il suo assassinio non risolse la questione della frontiera greco-albanese. Al contrario, la trasformò in una crisi internazionale che coinvolse alcune delle principali potenze europee. E la verità sull’attentato rimase, in larga parte, nell’ombra.
Un uomo, tre memorie
Forse è proprio questo il motivo per cui la figura di Enrico Tellini conserva ancora oggi un particolare interesse per Albania e Italia. La sua storia può essere letta attraverso tre diverse memorie. La prima è quella italiana, che lo trasformò nel simbolo di un ufficiale caduto al servizio dello Stato.
La seconda è quella albanese, che lo ricordò come il generale legato alla missione internazionale incaricata di definire e garantire i confini dell’Albania. La terza è quella del periodo comunista, quando il suo monumento venne abbattuto e il suo nome fu cancellato dallo spazio pubblico.
Tre interpretazioni diverse dello stesso uomo.
Ma al di là delle letture politiche, rimane un fatto: Enrico Tellini morì mentre svolgeva una missione internazionale destinata a contribuire alla definizione della frontiera tra due Stati.
Il suo ultimo viaggio, iniziato a Giannina nella mattina del 27 agosto 1923, avrebbe cambiato la storia delle relazioni tra Italia, Grecia e Albania. A più di cento anni di distanza, il generale della Garfagnana continua così a vivere non soltanto nei libri di storia italiani, ma anche nella memoria dei Balcani.
E forse la domanda più interessante non è soltanto chi uccise Enrico Tellini. È anche chiedersi perché, ancora oggi, la sua figura continui a dividere e allo stesso tempo ad avvicinare le memorie di Italia e Albania.




