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Francesco Antonio Santori: vita, opere e il primo dramma della letteratura albanese

Francesco Antonio Santori (Santa Caterina Albanese, 1819 – San Giacomo di Cerzeto, 1894) è stato uno scrittore, poeta e drammaturgo arbëresh tra i più originali della Calabria dell’Ottocento. La sua produzione, quasi interamente legata alla lingua e alla cultura albanese, comprende poesia, narrativa, teatro, satira, testi religiosi e opere di carattere linguistico. La sua importanza è cresciuta soprattutto dopo la riscoperta e la pubblicazione di numerosi manoscritti rimasti inediti per decenni.

Le origini e la formazione

Santori nacque il 16 settembre 1819 a Santa Caterina Albanese, un importante centro arbëresh della provincia di Cosenza. Gli arbëreshë sono le comunità di origine albanese stabilitesi nell’Italia meridionale soprattutto a partire dal XV secolo e che hanno conservato nel corso dei secoli lingua, tradizioni e identità culturale.

A sedici anni Santori scelse la vita religiosa e iniziò la propria formazione sacerdotale. Nel 1843 entrò nell’ordine dei Francescani Riformati di San Marco Argentano. La sua esperienza religiosa ebbe un ruolo importante nella sua formazione culturale, ma il suo percorso non fu lineare: nel 1860 lasciò la vita conventuale e tornò a Santa Caterina Albanese, dove visse anche grazie all’insegnamento e ad alcune attività artigianali. Nel 1876 riprese definitivamente la vita religiosa e negli ultimi anni fu parroco a San Giacomo di Cerzeto, dove morì nel settembre del 1894.

Una produzione letteraria molto ampia

Santori fu un autore estremamente prolifico. La sua caratteristica più significativa è la grande varietà dei generi affrontati: scrisse poesie, romanzi, racconti, drammi, tragedie, melodrammi, satire, testi religiosi e adattamenti di opere della tradizione classica.

Non si limitò quindi alla poesia, ma cercò di sviluppare una vera letteratura arbëreshe capace di utilizzare la lingua albanese in forme diverse. A lui vengono attribuiti anche 112 adattamenti delle favole di Esopo e una grammatica della lingua albanese. La sua produzione dimostra così un interesse non soltanto artistico, ma anche culturale e linguistico.

Un aspetto particolare della sua attività è il rapporto con la tradizione popolare arbëreshe. Santori raccolse e utilizzò motivi, forme linguistiche e immagini provenienti dalla cultura delle comunità albanesi della Calabria, contribuendo a trasformare il patrimonio orale in materia letteraria.

Il Canzoniere Albanese e l’influenza di De Rada

Tra le prime opere importanti di Santori si trova il Canzoniere Albanese, pubblicato nel 1846. Si tratta di una raccolta poetica caratterizzata soprattutto dai temi dell’amore e della natura e influenzata dalla poesia di Girolamo De Rada, una delle figure centrali della letteratura arbëreshe dell’Ottocento.

Il rapporto con De Rada fu particolarmente importante. Le riviste e gli ambienti culturali arbëreshë dell’epoca costituivano infatti uno spazio fondamentale per la diffusione delle nuove idee letterarie e per la valorizzazione della lingua albanese.

Nel 1848 Santori pubblicò inoltre Valle haresë madhe (“La danza della grande gioia”) e Il prigioniero politico, opera nella quale emerge anche il suo interesse per la situazione politica e sociale del periodo. Pubblicò inoltre testi religiosi in albanese, tra cui Rrozārë i Shën Mëris Virgjërë të Mīrvulīs nel 1849 e “Krështeu i shëjtëruar” nel 1855.

Emira: il primo dramma originale in albanese

L’opera per cui Santori è maggiormente conosciuto è Emira, considerata il primo dramma originale scritto in lingua albanese e una delle opere fondamentali della prima letteratura teatrale albanese.

Il dramma fu composto nel 1864, ma non venne pubblicato integralmente in quel periodo. Alcune parti furono pubblicate molti anni dopo sulla rivista Fjamuri Arbërit di De Rada, mentre un’edizione moderna completa e commentata fu realizzata successivamente. Il lungo intervallo tra composizione e pubblicazione contribuì a lasciare l’opera per molto tempo ai margini della conoscenza letteraria.

La protagonista, Emira, è una giovane donna arbëreshe che vive in un ambiente segnato da violenza, povertà e instabilità. La sua presenza è particolarmente significativa perché rappresenta una figura femminile complessa e centrale, non semplicemente marginale o subordinata alla vicenda degli uomini.

Un dramma legato alla storia della Calabria

Uno degli elementi più interessanti di Emira è il suo forte legame con la realtà storica. L’opera riflette infatti le difficoltà che colpirono la Calabria negli anni successivi all’Unità d’Italia del 1861, in particolare il clima di violenza e insicurezza legato alla repressione del brigantaggio.

Santori non presenta questi avvenimenti soltanto come sfondo della vicenda, ma li trasforma in materia letteraria. Il dramma mostra le conseguenze sociali ed economiche della situazione politica e racconta la paura vissuta dalla popolazione.

Gli studi recenti hanno sottolineato proprio questo aspetto: Emira può essere letta contemporaneamente come opera letteraria e come testimonianza della società calabrese dell’Ottocento. Santori utilizza una lingua vicina alla realtà quotidiana e dà spazio alle voci e alle esperienze della popolazione arbëreshe.

Santori e la lingua arbëreshe

Un altro motivo per cui Santori è importante riguarda la lingua. Emira, infatti, rappresenta una preziosa testimonianza dell’arbëresh, la varietà di albanese conservata dalle comunità albanesi d’Italia.

Gli studi linguistici sull’opera hanno evidenziato la ricchezza del linguaggio utilizzato da Santori, caratterizzato dalla presenza di forme arcaiche ma anche da numerose sperimentazioni personali. Per questo il testo possiede un valore che va oltre la letteratura: è anche una fonte importante per lo studio storico della lingua arbëreshe.

Le opere rimaste a lungo inedite

Uno dei motivi per cui Santori è stato per molto tempo meno conosciuto rispetto ad altri autori arbëreshë è che una parte enorme della sua produzione rimase manoscritta.

Un momento decisivo per la sua riscoperta avvenne nel 1966, quando nella Biblioteca civica di Cosenza furono ritrovati numerosi suoi manoscritti. Tra questi erano presenti romanzi, novelle e opere in versi. La successiva pubblicazione di questi testi permise agli studiosi di comprendere quanto fosse ampia la sua attività letteraria.

Tra le opere narrative si trova, per esempio, Sofia Kominiate, romanzo rimasto incompiuto e conservato in due versioni, una in albanese e una in italiano. Santori scrisse inoltre altri romanzi, racconti e novelle, molti dei quali furono pubblicati soltanto dopo la sua morte.

Un autore da riscoprire

La figura di Francesco Antonio Santori occupa quindi una posizione particolare nella storia della letteratura albanese e arbëreshe. La sua importanza non dipende da una sola opera, ma dall’insieme della sua attività.

Fu poeta, narratore, drammaturgo, autore religioso e studioso della lingua. Scrisse in una grande varietà di forme e utilizzò l’albanese come lingua letteraria in un periodo in cui la cultura arbëreshe stava contribuendo alla nascita della moderna letteratura albanese.

Il suo maggiore merito consiste forse nell’aver dimostrato che la lingua arbëreshe poteva essere utilizzata non soltanto nella poesia o nella tradizione religiosa, ma anche nel romanzo, nel teatro, nella satira e nella riflessione sociale.

Per questo Santori può essere considerato una delle voci più significative della cultura arbëreshe dell’Ottocento. La pubblicazione dei suoi manoscritti ha permesso di restituire alla storia letteraria un autore molto più ricco e complesso di quanto lasciassero pensare le poche opere pubblicate durante la sua vita. Ancora oggi, lo studio di Emira e delle altre sue opere permette di comprendere meglio non solo la letteratura albanese, ma anche la storia, la lingua e la cultura delle comunità arbëreshe dell’Italia meridionale.

 

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